L’INTERNO DEL SANTUARIO

L’interno è a tre navate, croce latina, stile Rinascimento, con due campate e cupola. Misura m. 14,40 in larghezza e m. 20,35 in lunghezza fino al Presbiterio.

Esso è ricco in ogni parte, fino all’esuberanza, di stucchi e sculture.

Le colonne, le lesene, i capitelli e gli archivolti del primo e secondo ordine, con i bei rosoni scolpiti, che li decorano e ne costituiscono un grazioso ornamento, sono tutti di marmo bianco. Questi, con i medaglioni e le statue di profeti e santi, ritenute opere dei Fratelli Rodari, abili architetti, ottimi decoratori e buoni statuari, vennero eseguiti tutti verso l’anno 1506. Le statue però non tutte si possono assegnare ai Rodari, perché eseguite poco a poco, tanto che alcune nicchie ne sono prive ancor oggi. Lo comprovano i registri, in cui si legge che cinque giunsero da Como solo nel 1590, e che per altre quattro s’acquistarono i marmi nell’anno successivo: queste vennero lavorate dall’ing. Bianchi, autore del tiburio, della cupola e di parte degli stucchi.

Il pavimento a dama, in marmo bianco, rosso e nero, fu eseguito nella seconda metà del ‘600 dai ticinesi Gregorio Solari e Stefano Carioli. In testa alle navate minori, nel 1819, furono collocati l’altare di S. Giuseppe (destra) e di S. Anna (sinistra), e vennero a sostituire quelli primitivi in legno.

Le artistiche vetrate (di particolare interesse i due grandi occhi sulla fronte e sopra la porta laterale destra e le due finestre a fianco del portale maggiore) vennero eseguite dalla Ditta G. Beltrami di Milano nel 1904, in occasione del quarto centenario dell’Apparizione. Pure di quell’anno sono le inferriate delle finestre terrene, lavoro del fabbro locale Carlo Magni che seppe abilmente riprodurre le due della sagrestia, costruite nel 1704 da Giuseppe Lantieri ed ispirate ai classici motivi di ferri battuti valtellinesi.

I recenti lavori di ripulitura e restauro (1969) hanno messo in luce ricchissimi oranti, dorature, date, scritte bibliche, tracce di affreschi secenteschi e tinte che il tempo e un’infelice decorazione ottocentesca (1875) avevano offuscato e coperto.

 

IL PRESBITERIO E L’ABSIDE

Nel presbiterio e nell’abside si vedono cinque tele, che rappresentano l’Incoronazione della Vergine, la Natività della Vergine, l’Annunciazione, la Presentazione al Tempio e l’Assunzione. Sono opera di Giambattista Recchi, celebre tra i pittori locali del seicento, uscito da una rinomata famiglia di Borgo Vico (Como), feconda di artisti, ed allievo del Morazzone. Furono dipinte dal 1634 al 1637.

 

L’altare maggiore, in marmo nero di Varenna, intarsiato con altri marmi policromi è una bella opera (1748) del valente marmista G. B. Galli di Clivio, autore anche delle balaustre del medesimo altare e delle balaustre dell’Altare dell’Apparizione (1754).

Ai lati del presbiterio si trovano due artistici bancaroni, intagliati nel 1749 da G.B. Piaz, che nel 1705, aveva eseguito i due credenzoni in noce e il bel genuflessorio della sagrestia.

Dietro l’Altare è il coro, lavoro d’intaglio del trentino Lorenzo Visentini e di Michele Grammatica del 1749. Vicina è la porta che mette al campanile, delicatamente intarsiata, opera del secolo XVI. Sulla parete, sopra il coro, troneggia una statua di S. Michele Arcangelo, in rame sbalzato argentato e dorato, opera eseguita nel 1769 da un orefice di Morbegno.

 

L’ALTARE DELL’APPARIZIONE

È il cuore del Santuario. L’antico (1519-1524) consisteva in una ancona quadrata, opera di Giovannangelo Del Maino, pavese, figlio di Giacomo, che eseguì 46 stalli del Coro dei Conversi della Certosa di Pavia. Per bellezza e magnificenza, secondo testimonianze storiche, era una delle più belle e mirabili ancone del tempo. L’Altare era ricoperto di bellissime lamine d’argento e fu spogliato dal Governo Cisalpino nel 1798 e distrutto. Si salvarono soltanto le statue in legno della Vergine e del Bambino con le due corone d’oro e il gruppo raffigurante l’Apparizione posto nello scurolo dietro l’altare.

L’attuale (1801-1802) è opera di Gabriele Longhi di Viggiù, ricco di preziosi marmi scolpiti in stile impero con artistici bassorilievi di scuola Canoviana, fra cui, nel paliotto, l’Annunciazione, sul gradino della mensa la rappresentazione di due miracoli e sotto la nicchia, l’Apparizione della Vergine al Beato Mario.

La cappella è chiusa da una grandiosa cancellata, eseguita nel 1792 dai fabbri Pietro Antonio Citerio e Giov. Maria Acquistapace da Morbegno. La pavimentazione fu rinnovata nel 1946 su disegno del tiranese ing. Camponovo.  

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